sabato 19 giugno 2010

Giorno III pt 2

Some memories last forever ovvero quando ho capito di avere disturbi dell'alimentazione.

Era una domenica di inizio aprile e conducevo la mia vita da scenester nel partenopeo. Il giorno prima erano venuti a dormire da me alcuni degli inglesi che avevano suonato al cellar theory e l'indomani avremmo dovuto accompagnarli (p. and me) a vanvitelli per raggiungere il furgone.
Mentre P. ed io aspettiamo seduti sulle scale affianco al cellar theory C. che venisse ad aprire il locale per ritirare gli strumenti, iniziamo a parlare del più e del meno e del fatto che fossero le quasi 15 e fossimo ancora lì ad aspettare. P. esordisce dicendomi che stava quasi a digiuno da tre giorni e se ne era reso conto solamente quando quella stessa mattina aveva mangiato dei biscotti. Io meravigliata gli chiedo come avesse fatto in questa impresa titanica (con un bel po' di invidia molto velata) e lui mi risponde che se ne era completamente dimenticato e aveva fatto altro. Taccio.

Io in ogni momento della mia giornata pensavo e penso tuttora a cosa non e mangiare e ci sono persone che se ne dimenticano addirittura ed è una cosa che mi ha fatto realizzare che la vita è un'altra e non è tanto normale pensare a quante calorie stai ingerendo e a quante me ne restino per il fine settimana.


Provare ad essere normale ma fallire.

Decisi allora dal giorno successivo di provare a dimenticarmi di mangiare. Per tre giorni di seguito ho bevuto solo latte e cereali al mattino e digiunato quasi completamente, mi sono concessa solo un caffè al ginseng il lunedì, delle fragole il martedì e nulla il mercoledì.
Il mercoledì notte fu tragico, non riuscivo a prendere sonno e le morse della fame iniziavano a farsi sentire, allora tornata a casa alle 4 circa prendo il latte e i cereali e ne mangio una scatola intera. Il giovedì ero intenzionata a continuare ancora, non avevo fame ma mi accorsi che se mi muovevo iniziavo a non vedere per alcuni nanosecondi, allora ho pensato che dovessi concedermi un pasto (solo blande scuse, ma non vedevo per davvero appena mi abbassavo ad esempio eh).
Torno a casa dalla biblioteca e mangio un piatto di broccoli all'insalata e una mela; in questo modo avevo riaperto il mio stomaco e la fame con tanta fatica inibita iniziava a prendere il sopravvento su di me. Prendo un pacchetto di crakers integrali e li mangio davanti al pc, inizio a sentirmi in colpa, divento iperattiva e mi viene quasi la tachicardia, prendo allora un altro pacchetto di crakers. Perchè? Perchè oramai avevo fallito.

Le persone non capiscono.

Per quanto mi sia sforzata di essere sincera con me stessa e con gli altri e sebbene abbia ceduto una parte di me a qualcuno, condividendola, ho realizzato che tutto questo è stato, è e sarà sempre uno spreco. E' questo uno dei motivi per cui ho deciso di non raccontarmi più, di lasciare i miei problemi e le mie insicurezze a casa e cercare di condurre al di fuori una vita normale.
Ieri ad esempio ho provato a seguire il consiglio del mio psichiatra, ovvero essere una persona vera anche fuori. Allora c'era P., parlavamo ed ho provato a spiegargli e qui voglio aprire una parentesi su me stessa: quando parlo di me agli altri è come se parlassi di un'altra persona come se quella persona non fossi io e ne parlo con tenerezza, come se la stessi accarezzando e rassicurando, questo spiega come mai quando faccio riferimento a cose gravi sul mio conto e sui miei problemi e sulla mia tristezza, lo faccio sempre col sorriso sulle labbra. Quest'ultima osservazione serve a spiegare come mai le persone mi prendano poco sul serio. P. non è una di queste anzi, però avverto che lui non capisce e sminuisce la cosa e mi dice che siamofattiinuncertomodo che valeperchèfaicosì che chetifregadellagente che ilsecondomeèfalsato e tante altre cose che possono essere tradotte in: "non ha senso e sei strana", perchè lui me lo dice che sono anormale però a lui piace questa anormalità, a me no.

L'eterna adolescenza.

Ho quasi sempre bruciato le tappe. Mia madre ieri mi raccontava che da bambina non ho mai gattonato e che da seduta mi sono alzata e mi ha visto camminare per casa.
Quando ero ragazzina ero sempre quella più matura della mia età e più comprensiva e brava-valentina-mamma-va-dalla-nonna-e-tu-stai-buona-e-non-fai-guai-vero? Sì mamma.
Stavo sempre da sola e mi sentivo invisibile, non sto cercando di autocommiserarmi ma di analizzarmi e di capire l'origine seppur lontana delle mie insicurezze e della mia perenne inadeguatezza. Anche quando avevo 15 anni e conobbi A. feci di tutto per iniziare a piacergli e da allora questo sforzo non è mai terminato. Prima con A. poi con F. poi con C. poi con P. (altre lettere dell'alfabeto?). Questo spiega come mai sia arrivata ai 18 e abbia iniziato ad avere intorno solo persone più adulte di me e cercassi di mantenere con loro un tono, un certo profilo di serietà, di maturità di cui mi svestivo non appena fossi a casa, nella mia camera, of course.
Mia madre mi rimprovera sempre la mia mancanza di entusiamo e lo attribuisce al fatto che abbia tutto, io invece ho trovato un'altra spiegazione ed è l'abitudine a non sembrare una ragazzina. Mostrare entusiasmo o di essere eccessivamente presa da qualcosa, qualcosa che sicuramente era ben poca cosa rispetto alle "cose" delle persone che mi circondavano (essendo più grandi), mi faceva sembrare immatura e quindi, via entusiasmo, via passione, via yeahhopresounbelvoto-chefigohounipod.
Adesso fatico a liberarmi di questa maschera che indosso e c'ha ragione lo psichiatra, non sono una persona vera. Interpreto un ruolo che quasi non sento più ma che comunque rende inspiegabili alcuni miei atteggiamenti infantili come la superficialità che ho nel giudicare il corpo e i vestiti e il piacere alle persone.
Quando sono più magra sembro più piccola della mia età e la cosa mi piace, vorrei solo non essere più l'eterna ragazzina complessata.

Non dipende da me.

Odio le persone quando mi dicono che dipende tutto da me e che se voglio ne uscirò e mi andrà bene, odio questa superficialità di giudizio dettata dalla sola esigenza di dispensarti dubbi consigli di forma.
Come si fa a non capire che la paura dell'obesità e la paura del ritorno alle occasioni mancate e la paura della non-vita a cui mi ci sono costretta nei tempi addietro mi strugge, mi angoscia, pende su di me come una spada di damocle?(qua ci stava, me la concedo).
Disse F.(prof di filosofia del I liceo) che talvolta il volere non è potere, ma che poter fare una cosa spesso te la fa volere. Quindi il poter dimagrire, digiunando e vomitando me lo fa volere ancora di più e per questo che sono fortemente combattuta.
Sento di non avere mai tempo, di star buttando il mio tempo, di concedermi troppo tempo che risulta sempre troppo poco. Il tempo non è dalla mia parte.

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